C'era una volta…
è un bel modo di raccontare una storia, la narrazione di quasi quattrocento anni di vite vissute, di grandi emozioni, di sofferenze e di conquiste, di gioie e di disgrazie. Quando ho iniziato a scrivere i primi capitoli di questo libro non avevo idea di dove sarei andare a parare. Non mi era chiaro né come né dove sarei arrivato.
Mi piacerebbe raccontare tutto quanto raccolto come un bel romanzo, la saga di una famiglia che si è sempre distinta nella comunità, ogni componente ha dato tutto sé stesso nel proprio ambiente, nel proprio tempo. In effetti, la storia di una famiglia è un immenso mosaico dove il più piccolo tassello è importante tanto quanto i pezzi più grossi. Come nella musica, le individualità, messe una accanto all’altra, via via creano un’armonia perfetta, la famiglia è l’orchestra che ha saputo vivere suoni, colori, sapori con una grazia e una forza ineguagliabili.
Il lettore mi perdoni se qualche volta mi farò prendere da un racconto forse più romanzato di quanto possa essere accaduto nella realtà, ad ogni modo tutto quanto narrerò sarà quanto più realistico e prossimo alla verità possibile, nei limiti della conoscenza dei fatti e della mia immaginazione.
Molti dei protagonisti di queste pagine ci hanno lasciato soltanto poche parole: un battesimo, un matrimonio, una sepoltura. Eppure, dietro quelle brevi annotazioni, si nascondevano intere esistenze.
Molte vicende di questa famiglia ci sono note soltanto attraverso poche righe sbiadite in un registro parrocchiale. Altre sono nascoste tra le pieghe del tempo. Per colmare quei silenzi ho provato a immaginare ciò che avrebbe potuto accadere, seguendo sempre la logica dei fatti conosciuti e il contesto storico in cui quei nostri antenati vissero.
L’unica ipotesi che al momento non è ancora dimostrata sono i nomi della coppia che metterò in cima alla famiglia, Ottavio e Caterina. È molto probabile che siano proprio quelli giusti, quelli di una coppia realmente vissuta a metà del 1600 nella parrocchia dove è nato e si è sviluppato il nucleo fondatore della nostra progenie. Se, nell’ambito delle mie ricerche, nel futuro riuscissi a confermare o a smentire quei nomi, in fondo, non cambierebbe nulla nel racconto.
Ad ogni modo, sarà stato comunque un pretesto per scoprire com’era la vita dei nostri antenati, le loro abitudini, le loro tradizioni, cosa mangiavano, come lavoravano, come festeggiavano, come onoravano i defunti. Uno scorcio della vita di quel pezzettino del nord del Regno di Napoli, poi diventato Regno delle due Sicilie ed infine Mezzogiorno d’Italia.
Ultima nota, tutti i ritratti e le immagini riportate in questo capitolo sono stati creati dall’AI, ma mi piace immaginare i protagonisti del nostro viaggio nel tempo proprio come illustrati in queste pagine per dare ancora più forza al nostro racconto. Insomma, più che una descrizione storica sarà una specie di fotoromanzo con immagini realistiche come se ci fossero state tramandate direttamente dal passato, come se, novelli cronisti, avessimo assistito in prima persona a quei momenti e potessimo descriverli a nostra volta come realmente vissuti.
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Ariano, 24 giugno 1684, lunedì.
Era mattino presto, quando il gallo cantò con la sua solita incuranza e indifferenza, ignaro della tragedia che avrebbe colpito la famiglia di Caterina. Già da parecchi giorni, il caro marito Ottavio era sofferente per quella maledetta febbre che non si decideva a scendere. La tosse lo aveva inizialmente costretto a stare a casa e poi era diventato sempre più debole, finché non si era alzato più dal letto. Lui che non riusciva mai a stare fermo, neanche un minuto, a quarantotto anni non poteva permettersi il lusso di arrendersi!
In quelle condizioni non poteva certo andare al mercato, proprio il giorno di San Giovanni! Ma la verdura e soprattutto le ciliegie melelle, con il caldo dell’estate alle porte, non potevano aspettare.
Caterina era tremendamente preoccupata. In cuor suo sapeva cosa stava per accadere, l’aveva sognato l’altra notte! Quel sogno brutto, pieno di cattivi presagi. E poi l’altro giorno aveva visto negli occhi della cummara Concetta, il dolore e la disperazione quando se n’era andato cumpà Tonino, il marito, che aveva avuto la stessa febbre di Ottavio.
Due giorni prima, don Saverio era venuto a portargli i santi sacramenti. Da allora Caterina aveva smesso di illudersi. Se fosse successo l’irreparabile, come avrebbe potuto farcela a tirare avanti senza il suo uomo? Chi avrebbe portato avanti gli affari di famiglia?
Il loro primogenito Domenico aveva solo 17 anni, era chierico e studiava al seminario, accanto alla Cattedrale. Non avrebbe potuto chiedergli di darle una mano, non avrebbe dovuto. Lui era stato destinato alla vita ecclesiastica, doveva portare in alto il nome della famiglia, doveva entrare nell’élite di Ariano e trascinare con esso tutto il loro nucleo familiare. I sacrifici di anni di duro lavoro di Ottavio non potevano andare in fumo.
E poi c’era Gesumina, la graziosa fanciulla di 11 anni che tanto prometteva. A breve, avrebbe avuto schiere di spasimanti. Caterina sperava che si sarebbe maritata presto con il figlio di Don Tomaso il decurione, quel ragazzone già così alto e tanto educato che incontravano la domenica alla funzione nella parrocchia S.Angelo.
E infine c’erano i più piccoli, Giacomo e Bartolomeo, che non stavano mai fermi, ancora troppo giovani. Giacomo aveva 10 anni ed era già un ometto, Bartolomeo di 6, più pazzerellone ma che non si separava mai dal fratello più grande. Passavano intere giornate a divertirsi spensierati con gli altri ragazzini del rione Sant’Angelo, giocavano la cavallina o il carruocciolo, a volte la mosca cieca o a guardie e ladri. Non poteva strapparli dalla loro innocente infanzia. Non sarebbe stato giusto.
Quella mattina era speciale, tutto il paese si stava preparando per andare alla fiera di San Giovanni Battista alla Valle. Ogni anno il 24 giugno era il grande evento, le piazze si riempivano di ciarlatani, saltimbanchi, burattinai e cantastorie.
Era l’occasione giusta per incontrare vecchi amici, concludere affari, acquistare bestiame, seguire la processione per le strade del paese, tutti vestiti a festa, le donne a mostrare i nuovi gioielli e le acconciature moderne, quelle che le più informate avevano copiato dalle “vere signore” incontrate per le strade di Napoli, e gli uomini erano fieri del nuovo taglio di baffi.
Mentre le campane delle innumerevoli chiese suonavano a festa, in quel vicoletto alle spalle della Chiesa di Sant’Angelo si consumava la tragedia. Ottavio era steso nel letto, sofferente, emaciato, disidratato, quasi totalmente nell’ombra, il viso illuminato da un flebile raggio di luce. Caterina lo teneva per mano. Gesumina con uno sguardo atterrito andava e veniva dalla stanza accanto con gli strofinacci bagnati che delicatamente poggiava sulla sua fronte rovente.
All’improvviso, Ottavio aprì gli occhi per qualche attimo, prima guardò verso il cielo, poi rivolse lo sguardo verso le due donne, infine accennò un breve sorriso e diede l’ultimo respiro.
Un fortissimo urlo di rabbia e di disperazione si sentì riecheggiare tra quei vicoli e poi il silenzio. Gesumina in lacrime uscì di corsa terrorizzata in cerca di aiuto.
Accorsero i vicini, che già sapevano. Chiamarono il medico che abitava poco lontano, ne osservò il volto, gli tastò il polso e, dopo qualche istante, scosse lentamente il capo.
Mandarono a chiamare Domenico, che arrivò di corsa, autorizzato dal rettore del Seminario. Entrò nella stanza lentamente, con timore e rassegnazione, si inginocchiò ai piedi del letto e iniziò a pregare.
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Ariano, 15 novembre 1694
Caterina era veramente stanca. Se ne stava seduta sulla seggiola, distratta, gli strumenti dell’uncinetto tra le mani ma con la testa altrove.
Ne erano successe tante in quegli ultimi 10 anni. I due angeli di Caterina erano tornati in cielo nell’estate del 1687, chiamati dal Signore, Gesumina il 9 luglio, Domenico venti giorni dopo. Che tragedia!
E poi era arrivato anche il terremoto, il 5 giugno dell’88, la casa lesionata, come la Cattedrale, gravemente danneggiata. La famigliola ospitata per qualche mese dalla cummara Agnese, giù per le campagne sotto ai Tranesi.
Tutte le speranze di una vita serena e fiorente erano andate irrimediabilmente in fumo.
Ormai Caterina era esausta. Gli anni trascorsi a crescere i figli da sola, dopo la morte di Ottavio, l'avevano consumata fuori e dentro, invecchiata prima del tempo. Ciocche di capelli bianchi iniziavano a comparire sulle tempie, la schiena curva, i vestiti sempre neri, la pelle consumata del sole d’estate e dal gelo d’inverno. Caterina aveva solo poco più di cinquant’anni ma chi non l'avesse conosciuta gliene avrebbe attribuiti almeno venti in più.
Per Grazia di Dio, le rimanevano i due ragazzi, Giacomo e Bartolomeo, ormai cresciuti e nel pieno delle forze, che avevano preso in mano le redini della famiglia, andavano lavorare i terreni e a vendere al mercato i prodotti dell’orto. Erano riusciti con grandi sacrifici a non vendere il somaro e, anche grazie ad esso, gli affari erano tornati ad essere floridi.
Giacomo già uomo di 20 anni, era il figlio più riflessivo, che aveva ereditato il carattere del padre, grande lavoratore, bravo negli affari e mostrava di avere la giusta ambizione per affrontare le sfide della vita. Da qualche tempo si era affezionato ad Agata una ragazza dolce, timida, magrolina, sembrava esserci una particolare simpatia che non era sfuggita a nessuno. Agata apparteneva alla famiglia Gagliardo, quella di cumpà Nicola e cummara Carmela, che tanto si erano adoperati per aiutare Caterina nei momenti di difficoltà dopo la morte di Ottavio.
Da anni ormai le due case condividevano molto più delle semplici cortesie tra vicini. Nei momenti più difficili i Gagliardo avevano aperto la loro porta senza esitazione, e Caterina li considerava ormai poco meno che parenti.
Anche Bartolomeo, a 14 anni, frequentava la famiglia Gagliardo, si trovava bene con essi, erano in tanti, ragazzi e ragazze e avevano creato una bella comitiva con cui passavano le serate a ridere e scherzare.
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Ariano, 11 ottobre 1702.
Grande settimana di festa ad Ariano!
Finalmente Giacomo dello Conte e Agata Gagliardo si erano uniti in matrimonio! Giacomo non poteva più aspettare, 28 anni era l’età giusta per costruire una famiglia e Agata sin da bambina gli aveva conquistato il cuore. Era lei la donna che le avrebbe donato tanti figli e che gli sarebbe stato accanto per tutta la vita. Lui, con la capacità, la caparbietà e la determinatezza ereditata dal padre, era riuscito a riconquistare un certo benessere, tale da consentirgli di restaurare la casa di famiglia e migliorarla, aggiungendo un secondo piccolo appartamento al piano superiore, acquistato da Don Antonio Figlioli.
Era stata una bellissima festa. L’unico momento triste era stato l’attimo in cui il ricordo di chi non c’era più era tornato nei loro cuori. Ma, allo stesso tempo, era presente tra essi, grazie ai risultati di tanti sacrifici fatti in vita.
Erano un paio d’anni che i due giovani erano stati costretti a procrastinare la data delle nozze più volte. Prima se n’era andata Caterina, non ce l’aveva fatta più. E anche Nicola, il padre di Agata, una mattina, era stato trovato accasciato a terra, il cuore si era fermato. E poi ci si era messo anche il terremoto del 14 marzo che aveva di nuovo messo in discussione tutti i preparativi. Ma ora, finalmente, ci erano riusciti!
Ma non finisce qui! Nel frattempo anche Bartolomeo si era fidanzato ufficialmente con Caterina, una sorella minore di Agata. Rispetto ai loro fratelli maggiori avevano bruciato le tappe e pronti anch’essi per convolare a nozze.
Un rapido consulto tra le due famiglie, portò alla saggia decisione: unire in due matrimoni in un’unica cerimonia! Le due famiglie sapevano bene che un matrimonio non univa soltanto due giovani, ma anche patrimoni, terre, relazioni e prestigio. Era l’occasione perfetta per mostrare la propria solidità economica alla società arianese dell’epoca. Un doppio legame era senz’altro ancora più rafforzativo, massimizzando le risorse e riducendone i costi.
Così, appena ricevuta la dispensa dal Vescovo, partirono i preparativi per la data delle nozze.
Il banchetto si tenne alla masseria dei Gagliardo, non si badò a spese sulla quantità e sulla sostanza delle portate, tutte basate sui prodotti stagionali della terra irpina.
L’antipasto era basato sui “servizi di credenza”, venivano serviti salumi fatti in casa e stagionati dall'inverno precedente come soppressate, salsicce secche e capocolli, accompagnati da caciocavalli stagionati nelle vicine grotte ai Tranesi e giardiniere di verdure sotto aceto. Poi venne servita la Minestra Maritata, una ricca zuppa che "maritava" le verdure dell'orto autunnale (cicoria, scarola, verza) con le parti meno nobili ma saporite del maiale (cotiche, costine, salsicce) e carne di gallina, cotta lentamente per ore.
Furono serviti anche i cicatielli, maccheroni fatti a mano conditi con un ricchissimo sugo di castrato. E come secondo non poteva mancare il maiale nero arrostito e galline ripiene al forno.
Come dolci furono serviti i taralli dolci glassati con lo zucchero, paste secche a base di mandorle, miele e fichi secchi. Il tutto era annaffiato da fiumi di vino rosso locale aglianico. La famiglia delle spose ci tenne a fare assaggiare agli astanti il vino novello spillato direttamente dalle botti della masseria.
E naturalmente la festa si concluse con una grande tammurriata, la danza tipica, che al ritmo di un grande tamburo simulava il corteggiamento e veniva eseguita in cerchio. Giacomo e Bartolomeo ballarono fino a sera, senza smettere mai di togliere gli occhi di dosso dalle loro bellissime spose.
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Ariano 12 settembre 1703
Era un continuo andirivieni tra la camera da letto e la cucina, le “donne” del quartiere si erano già tutte attivate. Era stata chiamata la levatrice, una donnona forte e determinata, decine di cenci erano puliti pronti per l’uso, le pentole d’acqua a scaldare sul fuoco. Un’atmosfera di ansia, di preoccupazione e di gioia al tempo stesso, si diffondeva tra quelle pareti affumicate dalle candele.
Giacomo non stava più nella pelle, l’avevano mandato a chiamare mentre si trovava all’orto di San Liberatore. Stava lavorando tra gli ulivi dell'orto di San Liberatore, cercando di salvare alcune piante che da settimane mostravano segni di malattia.
Ad Agata si erano rotte le acque e oramai era questione di ore. Questo genere di eventi era spesso veramente drammatico e per l’economia e la serenità di una intera comunità, l’esito poteva essere gioioso o drammatico. Ogni parto era una battaglia che soltanto Dio poteva decidere come sarebbe terminata. Nessuno poteva sapere se alla fine di quella giornata si sarebbe festeggiato o pianto.
Le urla di dolore, provenienti dalla stanza accanto aumentavano di frequenza e d’intensità e Giacomo ammazzava il tempo nervoso e assente, fiutava tabacco senza quasi accorgersene.
Bartolomeo era rimasto all’orto, non poteva perdere la giornata di lavoro, ma sua moglie, la bella Caterina, era lì, vicina ad Agata, a stringerle la mano e a darle conforto. Anche lei era incinta e sarebbe diventata mamma a breve, ma aveva ancora qualche settimana da aspettare.
Dopo ore interminabili di attesa, finalmente, il suono più bello, la musica più celestiale che un genitore possa sentire: il primo vagito del bambino. Evviva! E’ un maschio!
Agata era esausta, distrutta ma felice. Giacomo era irriconoscibile, correva per la stanza, si affacciava alla finestra urlando con gioia: è un maschio! E i vicini condividevano la gioia, con applausi e congratulazioni.
Qualcuno gli chiese, come lo chiamerai? Allora Giacomo, dopo un rapido sguardo d’intesa con Agata, rispose: Nicola! Come il suocero, l’uomo che aveva aiutato la sua famiglia quando si erano trovati in grosse difficoltà e che, purtroppo, se n’era andato all’improvviso, prematuramente, troppo presto per avere avuto il piacere di stringere al petto il proprio nipote.
Già il giorno seguente si sarebbe provveduto al battesimo. Nessuno voleva sfidare la sorte lasciando troppo a lungo un'anima innocente senza la protezione del sacramento.
Il 12 dicembre di quello stesso anno anche Bartolomeo e Caterina poterono festeggiare l’arrivo del loro primogenito, anche per loro fu maschio e lo chiamarono Oto. Per assonanza, anche la “supponta”[1] del nonno Ottavio era stata così garantita.
Quella sera qualcuno osservò che i due neonati portavano già nel nome il ricordo dei loro nonni. Uno si chiamava Nicola, come il patriarca dei Gagliardo; l'altro Oto, in memoria di Ottavio dello Conte. I vecchi del quartiere annuirono soddisfatti: finché i nomi fossero rimasti vivi, anche chi non c'era più avrebbe continuato a camminare accanto alla famiglia
[1] "Mettere la supponta" significa dare a un figlio il nome di un nonno o di una nonna. Il nome funge da "sostegno" per mantenere in vita il ricordo dei familiari e creare un ponte ideale tra passato e futuro. Di regola, nel Meridione, il primogenito ereditava il nome del nonno paterno, il secondogenito il nome del nonno materno, la prima figlia femmina il nome della nonna paterna e la seconda figlia il nome della nonna materna. Esistevano eccezioni, casi particolari, come la morte prematura del padre, che forzava il bambino postumo ad assumere il nome del padre defunto. Spesso venivano ricordati anche parenti stretti particolarmente importanti o deceduti prematuramente, come gli zii o le mogli decedute di precedenti matrimoni.
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Ariano, 11 gennaio 1709, venerdì.
Mai visto un inverno così freddo ad Ariano, il famigerato “Grande Gelo del 1709”, il più terribile inverno che le cronache locali ricordassero e che mise sul lastrico l’intera Europa.
Nel paese la neve aveva raggiunto e superato abbondantemente il metro e mezzo in diverse contrade. La tramontana tagliava la pelle come la lama di un rasoio. Morirono tutti gli ulivi e altri alberi da frutto. Addirittura, intere foreste furono rase al suolo come fragili cristalli.
In casa gli spifferi, dalle porte e dalle finestre, violentavano senza tregua le povere anime tremanti e gementi. I geloni martoriavano con sadica tortura le fragili dita dei piedi e delle mani. Poco poteva il braciere col focone al centro della stanza, il ghiaccio era penetrato dappertutto, anche nei cuori.
E puntualmente c’era stata una nuova epidemia di febbre nel paese. Uno ad uno, tutti i più deboli se ne andarono al Creatore per il “mal di petto”.
Quell’inverno toccò ad Agata. Giacomo non riuscì ad accettare il triste destino che si era abbattuto nuovamente sulla sua famiglia. La sua amata Agata l’aveva lasciato. E gli aveva lasciato un bambino ancora troppo piccolo ma che conservava, nei suoi lineamenti, quelli della mamma. Il timido sorriso, soprattutto, quando il piccolo si sentiva in imbarazzo, la ricordava tremendamente. Nicola aveva solo 6 anni e Giacomo era un uomo, e gli uomini raramente si occupavano direttamente della crescita quotidiana dei bambini piccoli. Avevano altri ruoli nel contesto familiare, dovevano procurare quanto necessario per il sostentamento della famiglia.
Nelle prime settimane le donne che frequentavano la famiglia, vicine, parenti, si occuparono del piccolo Nicola, ma a Giacomo non bastava. Aveva amato alla follia la dolce Agata, ma doveva ricostruire il nucleo familiare, era l’usanza e l’imposizione di quei tempi, non c’era da discutere.
Allora si guardò intorno e, a malincuore, solo per amore del piccolo Nicola, decise di affrontare la realtà.
Seppe da un amico che una giovane ragazza, Caterina, figlia di Don Giuseppe Romano, non era ancora impegnata perché era stata promessa ad un gentiluomo, poi ucciso dai briganti lungo la strada per Napoli. Così era rimasta signorina, illibata, ma ormai quasi ventiquattrenne, troppo vecchia per sposarsi “regolarmente”. Un vedovo, invece, con una buona situazione economica, era un ottimo partito a cui affidare la figlia “sfortunata”.
Così Giacomo affrontò Don Liberatore a cui chiese la mano della figlia. Fecero i soliti discorsi “da uomo a uomo”, un gioco delle parti in cui gli attori erano pienamente coscienti che ogni loro battuta era già stata scritta dalla notte dei tempi e, alla fine, naturalmente, Don Liberatore acconsentì.
Le nozze si tennero a distanza di qualche mese, in forma ridotta, senza fasti eccessivi. Giacomo era ancora vestito di scuro, Agata lo aveva lasciato da troppo poco tempo per sorridere nuovamente alla vita.
Caterina fin da subito fu consapevole che non sarebbe mai stata amata come Agata. Ma acconsentì con dignità e rassegnazione, pronta ad occuparsi della gestione delle vicende domestiche e della cura e crescita del piccolo Nicola.
Nicola fu molto diffidente, all’inizio. Non accettò volentieri questa nuova presenza nel suo ambiente familiare, tuttavia, la situazione aveva richiesto una soluzione repentina e definitiva.
Il piccolo Nicola aveva bisogno di una nuova mamma. E una nuova mamma ebbe.
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Ariano, 29 settembre 1718.
A Giacomo piaceva tantissimo il profumo del mosto che si respirava nel tempo di vendemmia, gli ricordava i tempi di quando era ragazzo, quando per lui raccogliere l’uva era più che un gioco, era quel rito magico che riuniva tutto il parentado, che rafforzava i legami. Le mani macchiate, i ragazzi che portavano le ceste e c’era sempre qualcuno che, assaggiando i primi acini, riusciva subito a capire come sarebbe stato il vino quell’anno. E quelle canzoni, quelle litanie quasi religiose, che le donne ripetevano a memoria, senza sosta, propiziatorie e tanto rassicuranti.
Mentre raccoglieva l’uva, i suoi pensieri era rivolti a Caterina. Non era stato semplice sostituire Agata, sia per lui, che non aveva mai accettato completamente la morte prematura della moglie, sia per Caterina, che cosciente della pesante eredità ricevuta, si sentiva sempre osservata, giudicata, non tanto dallo stesso Giacomo, che era buono come il pane, ma da tutti gli altri parenti.
Dopo quasi dieci anni dalla sua scomparsa, Agata continuava ad essere sempre troppo presente, tra di loro, in tutti i discorsi. Continuava ad essere sempre il termine di paragone, implicito o esplicito di qualsiasi azione di Caterina. Persino il cognato Bartolomeo aveva chiamato la sua primogenita Agata, che ormai era una bella signorina di 14 anni, come se fosse stato un obbligo, una forma di rispetto irrinunciabile.
Ormai era giunto il tempo del suo quarto parto, e questa era la nota dolente, più di qualsiasi altra cosa. Nicola stava crescendo bene, sveglio, forte, intelligente, mentre lei non era ancora riuscita a crescere un figlio proprio. Aveva avuto una gravidanza quasi ogni anno, ma il primo bambino, Liberatore, era morto dopo due mesi, la seconda, Angela Antonia, se n’era andata dopo 15 mesi, poi era arrivata Angela Carmina, ed era volata in cielo anche lei in breve tempo. Sembrava una maledizione. Nei momenti peggiori le sembrava quasi che Agata continuasse a vegliare su quella casa, impedendole di essere davvero felice.
Allora, il giorno che scoprì di essere di nuovo incinta, si fece forza e promise, in cuor suo, di provarci ancora una volta: se questa quarta bambina fosse stata femmina, l’avrebbe chiamata Agata.
Quella sera, prima del tramonto, Giacomo vide arrivare di corsa un ragazzo proveniente da casa sua. Capì subito che era successo qualcosa. Posò lentamente la roncola. Il cuore iniziò a battergli forte.
Poi sentì le parole che aspettava da anni: «È femmina. Stanno bene entrambe.». Giacomo chiuse gli occhi, fece un gran sospiro: «Si chiamerà Agata.».
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Ariano, 21 aprile 1721
C’era una grande frenesia in casa Lo Conte quel lunedì d’aprile inoltrato del ‘721. Era passata finalmente una settimana dalla Santa Pasqua e ora era tutto pronto per il matrimonio!
Nicola e Carmina erano stati costretti a sposarsi urgentemente perché avevano fatto una fuga d’amore e ormai l’evidenza del “peccato” non poteva essere più nascosta. Ma Don Ferdinando, il parroco di San Nicola ai Tranesi, la parrocchia di Carmina, non aveva voluto sentire ragione: il lunedì di Pasqua non ci si sposa! Avrebbero dovuto aspettare almeno una settimana. Don Ferdinando fu irremovibile. Prima della Domenica in Albis non avrebbe celebrato alcuna nozze. E così era stato.
Giacomo, alla fine, aveva acconsentito alle nozze. E’ vero che Nicola era ancora un ragazzo, ma 18 anni era l’età giusta per mettere su famiglia. Ormai da qualche anno contribuiva con forza e intelligenza a tutte le attività della famiglia. Non amava molto lavorare la terra, ma in compenso aveva tante belle idee, e sapeva fare affari, sapeva comprare e vendere come pochi.
Carmina era poco più giovane, diciassettenne, figlia di una famiglia medio borghese che viveva poco lontano, presso la parrocchia di San Nicola. Il padre aveva spesso fatto affari con Giacomo ed era rimasto ben impressionato dai valori che aleggiavano nella famiglia Lo Conte, così capaci, determinati, che mille volte erano stati colpiti dalla mala sorte e altrettante erano risorti più forti e più ricchi di prima.
I ragazzi si erano incontrati qualche mese prima, nell’estate del 1720 e si erano piaciuti all’istante. Era arrivato l’autunno, poi l’inverno. Il loro amore si era autoalimentato ogni giorno, sempre di più finché un giorno decisero di appartarsi in una cascina, nella campagna sottostante… e dimenticarono per una notte ogni prudenza.
In questi casi, per porre le famiglie davanti al fatto compiuto e obbligarle al matrimonio riparatore era necessario passare la notte fuori casa, ovunque, l’importante era che non fosse una delle due case di appartenenza. Così restarono nella cascina e si presentarono alle rispettive famiglie, insieme, il giorno successivo.
Non fu semplice la gestione dei giorni successivi per le due famiglie. Iniziò una lunga ed estenuante fase di negoziazione a distanza. Il primo obiettivo dei Graziano era riacquistare l’onore della famiglia, che era stato macchiato da quella “svergognata”, ma l’oltraggio e la compromissione erano stata opera di quel manigoldo senza testa e senza cuore, tanto che alcuni di essi lo minacciarono anche con violenza, cercarono di prenderlo a bastonate, ma lui riuscì a scappare a gambe levate.
Come mediatori e ambasciatori delle famiglie, intervennero parenti anziani e i parroci delle due parrocchie di appartenenza. Fortunatamente le due famiglie si potevano considerare appartenenti allo stesso ceto sociale. Da parte di Carmina, c’era la possibilità di una buona dote, che alla fine la famiglia di Nicola accettò. Se non avessero accettato avrebbero dovuto risarcire il “danno” e non era il caso. Comunque, alla fine si trovò l'accordo (anche se a denti stretti) e riuscirono a evitare sia le spese del tribunale, sia la pubblica vergogna.
Così Nicola e Carmina convolarono a nozze.
Mentre il sacerdote concludeva la benedizione, nessuno tra i presenti poteva immaginare che, di lì a pochi mesi, una nuova vita avrebbe riempito quella casa di pianti, sorrisi e speranze.
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Ariano, 3 settembre 1724
Giaceva soltanto da poco più di un’ora il corpo di Giacomo nel proprio letto. Era spirato in silenzio, come aveva sempre vissuto. Era sempre stato un tipo concreto, riflessivo, grande lavoratore. Mai un lamento, mai un litigio, mai un pettegolezzo. Il suo carattere lo aveva sempre fatto voler bene da chiunque. Tutti lo stimavano, tutti pendevano dalle sue labbra. Le sue famose due pillole di saggezza, che elargiva con parsimonia e attenzione, erano sempre ben accette da chiunque lo avesse conosciuto.
Nicola rimase a lungo immobile accanto al letto. Gli sembrava impossibile che quell'uomo, che fino al giorno prima aveva deciso ogni cosa, potesse ora restare lì, silenzioso e immobile. Per la prima volta comprese che da quel momento sarebbe toccato a lui.
Come sempre, anche se non esistevano ancora i moderni mezzi di comunicazione, la notizia si diffuse rapidamente come un’onda anomala che porta con sé violenza e distruzione.
Alcuni confratelli del Santissimo Sacramento arrivarono immediatamente a preparare il corpo. Lo lavarono delicatamente con acqua tiepida mescolata ad aceto e alloro. Lo asciugarono e lo vestirono con l’abito migliore, recuperato da qualche donna nella cassapanca dotale e si assicurarono che le mani fossero giunte sul petto con un Rosario tra le dita. Era imponente così ben vestito, l’aspetto austero ma rilassato, come dormiente.
Fu disteso con cura nella grande bara di legno grezzo, allestita al centro della sala più grande. Uno dei confratelli passò una fascia di tela sotto il mento e la annodò dietro la testa. Solo allora il volto di Giacomo assunse quella calma solenne che appartiene ai morti.
Il tutto in silenzio assoluto e grande rispetto, interrotto solo dalle prime preghiere recitate sottovoce dalle donne che assistevano nella stanza. Intorno a lui, tutti gli specchi furono coperti da lenzuoli. Ai quattro angoli, attorno al feretro, posarono quattro grandi ceri di cera vergine.
Le donne di famiglia e le vicine diedero vita a un lamento rituale guidato, talvolta, alcune donne particolarmente esperte nel lamento rituale, che scioglievano i capelli e cantavano le lodi e le doti del defunto gridando la disperazione della famiglia.
Per tutto il giorno e la notte successiva, tutto il paese sfilò lentamente a dare l’ultimo saluto alla salma e le condoglianze alla vedova Caterina e ai parenti più stretti, seduti in cerchio attorno al feretro.
Il giorno successivo il corpo venne trasportato in chiesa. Il corteo a piedi attraversò le strade di Ariano, i personaggi più in vista si inchinarono e levarono il copricapo in segno di rispetto a testimonianza del grande prestigio sociale raggiunto da Giacomo.
Davanti al feretro avanzavano lentamente i confratelli del Santissimo Sacramento. Indossavano lunghe tuniche nere e cappucci che lasciavano intravedere appena gli occhi. cantando salmi e portando grandi croci di legno.
Anche diversi preti e chierici della Cattedrale parteciparono al corteo, segno che la famiglia possedeva sufficienti risorse finanziarie per potersi permettere la loro presenza.
Come tradizione a quel tempo, le donne di famiglia tra cui la vedova Caterina non parteciparono al corteo stradale, ma rimasero chiuse in casa a pregare.
Dopo che il corteo ebbe percorso le strade più importanti di Ariano, raggiunse la parrocchia di San Michele Arcangelo. Il feretro venne deposto al centro della navata, circondato da candele, dove venne celebrata la solenne Messa di Requiem cantata.
Al termine della funzione, il corpo venne calato direttamente nei sotterranei della chiesa, sotto il pavimento. Fu aperta una grande botola di pietra, la "bocca della sepoltura", e il corpo venne adagiato nella cripta comune della confraternita.
In segno di lutto, la cucina della casa dei Lo Conte rimase spenta. Per diversi giorni i vicini di casa, i parenti del ramo dei Romano, i contadini della masseria portarono cibo già pronto, brodo di gallina, carne bollita, pane, per sostenere la vedova e le figlie.
Da quel giorno, Caterina indossò il nero stretto, con la testa rigorosamente coperta da un fazzoletto scuro chiamato “maccaturo”, per il resto della sua vita.
Almeno per un anno, il fratello Bartolomeo portò una fascia nera sul braccio e sul cappello e non partecipò a feste o banchetti pubblici.
Caterina fu devastata da questo tragico evento. Era incinta al settimo mese e questa fortissima emozione non fece bene né a lei né al bambino. Fu naturale e doveroso che quel bambino, così tanto desiderato da Giacomo, e finalmente maschio, prendesse il nome del padre defunto. Mentre un Giacomo usciva di scena, un altro Giacomo veniva accolto in famiglia, con amore e devozione.
In quel periodo, anzi, cinque giorni prima della scomparsa di Giacomo, era venuta alla luce anche la seconda figlia di Nicola e Carmina Graziano, la piccola Caterina Agata che si aggiunse alla prima figlia, Brigida, nata 3 anni prima.
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Ariano, 27 agosto 1726, martedì
Erano passati quasi due anni dalla morte di Giacomo e la famiglia Lo Conte si era rimessa ancora una volta in piedi dopo quella grande sciagura.
Nicola, nel pieno della sua maturità fisica e psichica, a 23 anni aveva raggiunto una buona posizione nella classifica della notorietà e stima tra la bella società di Ariano. Gli affari andavano ottimamente e i campi erano sempre fertili e generosi.
Carmina Graziano, per tutti Carminella o Menella per i più intimi, proprio lo scorso venerdì, pur avendo soltanto 22 anni aveva già partorito il terzo figlio, e finalmente questa volta era arrivato il maschio tanto atteso!
La bella notizia aveva raggiunto anche Caterina Romano, la nonna, che a dispetto della sua età appena quarantenne, si trascinava per la casa curva e tremante.
A fatica, Caterina si sedette sulla sua seggiola preferita, quella accanto alla finestra. Da un paio di settimane, i temporali pomeridiani si erano presentati quotidianamente con rigorosa puntualità, trasformando l'instabilità del cielo in un appuntamento fisso. Così, giorno dopo giorno, sera dopo sera, il caldo estivo, che già ad Ariano, di solito, era più che sopportabile, si era ormai dissolto.
Da qualche tempo, Caterina aveva dolori lancinanti al ventre, ma cercava di non darlo a vedere, non voleva la pietà di nessuno. Tra parenti e conoscenti, qualcuno aveva notato che recentemente aveva perso peso in breve tempo, che spesso le capitava di rimanere assente. Restava immobile per un tempo indefinito, con gli occhi fissi verso il vuoto, con il pensiero che era rivolto solo al passato.
La sua vita non era mai stata semplice. Ad ogni modo, sapeva, in cuor suo, che la sua missione era ormai compiuta. Non aveva avuto mai una gioia che fosse propria, aveva perso, uno ad uno, tutti i figli avuti con Giacomo, aveva perso i genitori, le sorelle. L’unico che le aveva dato tante soddisfazioni era Nicola, forse il membro della famiglia che più di tutti aveva osteggiato il suo ingresso in famiglia, quando era un bambino di 6 anni, spaurito e diffidente verso questa nuova mamma, ma che ora invece, era diventato il suo alleato più fedele.
Non passava giorno che non si affacciasse a chiederle come stava, se aveva bisogno, ma lei con grande dignità e un pizzico di orgoglio non aveva mai espresso alcun desiderio se non quello di poter rimanere nelle stanze che per tanti anni aveva condiviso con Giacomo.
Ora però sentiva che i suoi giorni stavano per giungere al termine. La assalì un senso di angoscia, di paura e impotenza verso un futuro che non riusciva più a vedere.
Nicola come sempre passò a trovarla e questa volta le volle fare un regalo: si presentò all’uscio della sua stanza in silenzio con un fagotto tra le braccia.
Lei si accorse della sua presenza e distolse lo sguardo dalla finestra e dai cattivi pensieri.
Nicola si avvicinò lentamente e le passò con grande delicatezza il bambino. La guardò negli occhi, con quella luce che solo lui aveva e le sussurrò. “Madre, vi presento Giuseppe Oto de lo Conte”. La scelta del nome era stata sofferta, ma convinta. Giuseppe era il nome del padre di Caterina, Oto era nome del padre di Giacomo. Non avendo potuto chiamare il primo figlio maschio Giacomo, perché la tradizione era già stata rispettata con il fratellastro Giacomo, che aveva ancora soltanto due anni, aveva deciso di onorare i bisnonni Giuseppe Romano e Ottavio dello Conte, due figure ancora tanto ricordate con rispetto dalle famiglie arianesi.
Caterina raccolse con energia e finta disinvoltura il bambino, lo strinse tra le braccia, lo accarezzò sulle guance paffute e appoggiò le labbra sulla fronte. Gli diede un bacio, lento e tremendamente sentito, sapeva che non lo avrebbe visto crescere.
Volse lo sguardo verso Nicola e con un mezzo sorriso di complicità disse: “ha gli occhi verdi dei Lo Conte, sarà bello, forte e astuto, che Dio lo benedica.”.
In quel momento non era solo una nonna che incontrava il nipote, ma un figlio che riconosceva finalmente la donna che lo aveva cresciuto.
E lei, forse per la prima volta nella vita, comprese di aver lasciato davvero qualcosa dietro di sé.
Non passò la notte che l’anima di Caterina raggiunse quella di Giacomo e di tutti i suoi cari, finalmente in Grazia di Dio.
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... to be continued