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I nipoti di Ariano nel mondo

La mia situazione personale e lavorativa, in questo periodo, mi pone a metà strada, su un ponte virtuale, tra l’Italia e l’America, tra la realtà e il sogno, tra il passato e il presente. Da quando vivo negli States mi sono avvicinato, ed in parte riconosciuto, in quella generazione di Italiani ed Arianesi che Ariano non l’hanno mai vissuta e forse neanche vista, ma che venerano ed idealizzano l’identità della nostra terra come una sublimazione di ciò che resta dei nostri ricordi di gioventù, delle parole dei nostri genitori e dei nostri nonni, che ancora affiorano ai nostri sensi. Parole conservate gelosamente e con grande affetto tra i ricordi più preziosi e che cercheremo, di buon grado, di tramandare ai nostri figli.

Per molti di loro, per molti di noi, non è più chiara la distinzione tra ciò che è tradizione e ciò che è leggenda, tra la vita comune di tutti i giorni e ciò che noi abbiamo in testa, una sorta di potenziale esaltazione dei sani vecchi rapporti umani. I racconti, i colori, i profumi, i sapori di Ariano sono diventati, negli anni, pura illusione e, per alcuni, l’oggetto bramato di un’affannata ricerca ed una rincorsa vana e disperata alla loro riscoperta.

E’ difficile riassumere in poche righe ciò che prova la gente, al di qua dell’oceano, quando ci si riferisce ad Ariano. Per chi non c’è mai stato, è forte il timore di non poter comprendere appieno il significato culturale e antropologico della tradizione, dell’immenso patrimonio di oggettistica, del preziosissimo tessuto di relazioni sociali che risultano tanto scontati per gli Arianesi, ma che invece fanno parte di un’eredità definitivamente perduta per chi Arianese non lo è mai stato all’anagrafe, se non nel cuore. Per chi, invece, lasciò in gioventù con grande sofferenza questa terra prodiga ma severa, materna ma esigente, è grande il timore di non riconoscere e non riconoscersi più nella inevitabile, anche se accorta, evoluzione del paese, ormai pienamente addentrato nel terzo millennio.

Ariano vista da fuori è un sogno, una chimera irraggiungibile quanto reale. Non esiste Arianese d’origine nel mondo che non abbia almeno una volta nella vita pensato di lasciare tutto e tornare a casa, come se la città fosse una grande mamma con grandi braccia sempre aperte e rassegnate ad aspettare, alla stregua di un grembo materno sempre disponibile a riprendersi gli improbabili figlioli dispersi.

Ariano, in fondo, è un punto fermo, una sicurezza. Malgrado tutte le difficoltà economiche, le guerre, i disastri naturali, la nostra città resta comunque spesso l’unico riferimento per tutti, di tutte le epoche, l’unico reale approdo per i navigatori del villaggio globale.

Sarei scontato se dicessi che Arianese si nasce, non si diventa. Ma sono Arianesi dentro anche coloro i quali non sanno dove si trovi Ariano, ma tuttavia hanno sangue del Tricolle che scorre nelle loro vene, e non se ne vergognano, ma ne vanno orgogliosamente fieri, a differenza di ciò che a volte mi capita di riscontrare nei lagnosi e ipercritici Arianesi moderni.

Ci si chiede come si faccia a sopravvivere lontano da Ariano. Appunto, si sopravvive e basta. Non è mai vera vita, non sarà mai autentica ricchezza, se attorno a noi non possiamo sentire il calore dell’abbraccio fraterno di una persona amica, una stretta di mano magari callosa di uno zio, una chiacchierata animata e serena davanti ad un bicchiere di autentico vino d’uva.

Al di qua dell’oceano ormai tutti, tramite le nuove tecnologie di comunicazione, possono guardare, giudicare, fare il tifo per Ariano come se ci vivessero realmente e si addolorano per le disgrazie e gioiscono per i successi di ogni singolo Arianese, come se fosse un fratello, un cugino, un nipote, un caro vecchio amico. Come nell’Ariano di un tempo, quando ognuno sapeva tutto di tutti ed involontariamente partecipava attivamente alla vita del paese, oggi anche gli Arianesi nel mondo vivono tutte le vicende locali, spesso con ansia ed autentica partecipazione.

Gran parte degli Arianesi che vivono all’estero da due o più generazioni hanno una comune passione, quella di poter ricucire lo strappo perpetrato tanti anni fa dai loro antenati.

Questa continua ricerca delle proprie radici non può che avere un’unica origine, la ricerca di se stessi ed una salda motivazione della propria esistenza, e soltanto Ariano può dare le giuste risposte.

Quando rivolgiamo i nostri pensieri Ariano ci assalgono due sentimenti contrastanti: il desiderio che nulla cambi, che tutto rimanga esattamente com’era 50-100 anni fa perché resti inalterato quel calore, quel senso della vita che strettamente conserviamo nei nostri cuori, ma tuttavia è altrettanto forte il desiderio di poter vedere rinascere la città, riscoprire una nuova società viva e intraprendente, attiva e responsabile, che riporti la città stessa agli allori di un tempo.

Ariano è la nostra mamma che ci raccontava le filastrocche per farci addormentare, la nostra nonna che preparava i biscotti ed i dolci per il Natale, ma anche una sorella che vorremmo veder sistemata, in carriera, con una famiglia serena, una bella casa e un lavoro onesto.

Cosa proviamo noi Arianesi, che Arianesi non siamo mai stati? Una grande nostalgia e un sogno, quello di poter tornare un giorno a riveder le stelle sul Calvario, a crogiolarsi al fresco dell’ombra dei Torrioni, a fantasticare davanti a quel magico sole infuocato che al tramonto si va a nascondere dietro i monti del beneventano e ci lascia a ricordo un brivido, da riscaldare con un tenero maglione di lana.

Tags: Ariano Irpino

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