Autobiografia

 

Premessa

E’ difficile scrivere la propria biografia. Non perchè manchino gli argomenti, chi meglio di me conosce nel dettaglio tutti gli avvenimenti della mia vita. Però sono così tanti, immersi in 42 anni di storia, che risulta quasi impossibile sceglierne soltanto alcuni, i più interessanti, non per me ma piuttosto per chi legge. Soprattutto è difficile scegliere quelli che possano descrivere al meglio me stesso. Ci proverò riepilogando i passi più importanti e soprattutto raccontando qualche aneddoto, qualche ritaglio di vita nel contesto più ampio della storia italiana dei ultimi quattro decenni. Secondo la mia natura cercherò di non offendere mai la sensibilità di nessuno, tuttavia nel caso in cui qualcuno si ritrovi citato e non lo desideri, oppure, per il rispetto della privacy, non voglia apparire in alcun modo nel mio sito, me lo faccia sapere al più presto scrivendo a posta@pietroloconte.it.

 

1963

Nacqui a Torino il 9 agosto 1963 intorno alle ore 11 di un venerdì soleggiato (lo stesso giorno della cantante Whitney Houston) nell’ospedale S. Anna, storico nosocomio dove sono nati quasi tutti i bambini torinesi negli ultimi decenni (ancora oggi sforna 8500 bambini all’anno) e quell’anno fu l’apice del boom demografico ed economico degli anni sessanta. A parte la mia nascita fu un anno di disgrazie. Nel 1963 morirono infatti due grandi uomini, papa Roncalli (beato Giovanni XXIII) ed il presidente americano John F. Kennedy, e il 9 ottobre ci fu la strage del Vajont dove morirono quasi 2000 persone. Papa Giovanni, il papa buono che tanta innovazione e speranza aveva portato alla Chiesa di quel tempo, morì il 3 giugno. Per il presidente americano, primo ed unico presidente cattolico della storia statunitense, fu un anno veramente tragico: proprio mentre io vedevo la luce, il 9 agosto di quell’anno, moriva suo figlio nato prematuro, 40 ore prima, da sua moglie Jacqueline e il 22 novembre 1963 fu ucciso lui stesso a Dallas per mano di Lee Harvey Oswald. 

Qualche giorno più tardi, il 28 agosto, forse ispirato proprio dalla mia nascita (chissa?) il sacerdote battista Martin Luther King pronunciò il famoso discorso “I have a dream” nel quale auspicava che un giorno ci fosse uguaglianza e fratellanza tra i popoli e soprattutto venisse finalmente annientato quel razzismo ancora così forte negli Stati del Sud come la Georgia, il Mississippi, la Louisiana e l’Alabama.

Proprio in quei giorni fui battezzato da un amico compagno d’armi di papà, il siciliano Armando Aprile, nel Santuario di Santa Rita da Cascia nel quartiere omonimo di Torino. Da allora ho rivisto il mio padrino esattamente dopo 40 anni nel 2003 a Perugia.

 

1963-1967

I miei primi quattro anni dimorai al numero 70 di corso Giovanni Agnelli al settimo piano. Non ricordo molto di quel periodo, soltanto alcuni flash, legati ad episodi rinfrescati ogni tanto dai ricordi di famiglia. Mi torna in mente soltanto che dalla finestra su Corso Agnelli era possibile vedere dei campi da tennis, sicuramente era un centro sportivo facente parte del complesso del mitico Stadio Filadelfia.

Nel 1965 mamma perse un mio fratellino nato prematuro dopo soltanto cinque mesi di gestazione. A dicembre del 1966 nacque invece la mia sorellina Tina Lucia. Ero fiero di avere una sorella e anche se ci facevamo mille dispetti le volevo (e le voglio ancora) un mondo di bene. Ogni volta che ci avvicinava qualcuno, io la presentavo con orgoglio: “lei è Tina Lucia, Lo Conte come me” per sottolineare la mia incredulità sul fatto strano che avesse il mio stesso cognome.

Non ho molti ricordi anche per quanto riguarda i miei primi amichetti. Da alcune vecchie foto emergono dei bambini con cui passavo le mie giornate, erano i figli degli amici dei miei genitori, Masi, Ruggieri, e qualche altro. Una cosa che mi è rimasta impressa è che preferivo giocare con le bambine. Erano più dolci e interessanti e meno aggressive. Infatti i miei primi anni sono stati segnati dalla forte amicizia con Paola e Rossana Finella, le uniche vere amiche della mia infanzia, che rimarranno sempre nel mio cuore. Devo confessare che ho sempre avuto un debole per Paola, la mora, la più grande, un anno più piccola di me. Giocavamo sempre a marito e moglie e Rossana e mia sorella Tina erano le nostre figlie. La rossa Rossana era pazzerella e simpaticissima e il loro cuginetto Franco una vera peste, non lo sopportavo e in un certo senso lo sentivo anche come mio rivale in amore. Un’altra coppia di amichetti che ogni tanto andavamo a trovare la domenica, con cui passavo volentieri il mio tempo, erano Leonardo ed Enzino Carrozzo. Mi hanno detto che spesso andavo a giocare ai giardinetti di Piazza Montanari che era frequentata dal figlio di Boniperti, ma non ho prove sulla nostra possibile ipotetica amicizia.

 

1967-1969

Nel giugno del 1967 ci trasferimmo ad un paio di isolati, in via Boston 16. Questa volta eravamo al primo piano, c’erano due balconi e una cameretta tutta per noi. Ricordo che nel soggiorno c’era il parquet. C’era il tinello con un tavolo grande, un divano di pelle e il televisore, e il cucinino dove d’inverno mi piaceva fare colazione con la schiena appoggiata al termosifone. Il balcone del tinello, che dava sul cortile, permetteva di comunicare anche col soggiorno. Era il mio posto preferito, dove passavo gran parte della mia giornata. C’era una botola, dove era possibile buttare la spazzatura che cadeva direttamente nel contenitore dei rifiuti condominiali al piano terra. Era un gioco troppo divertente far sparire qualsiasi oggetto in quella buca infernale. I miei giochi preferiti erano quelli dei miei coetanei di quel tempo, animali, soldatini e qualche macchinina, che facevo giocare al pallone, alla guerra o a chissà quanti altri giochi, che con la mia fantasia mi inventavo giorno dopo giorno. Mi divertivo anche ad uccidere le formiche che probabilmente risalivano facilmente dalla botola infernale. Della nostra cameretta non ho molti ricordi, forse la consideravo la stanza delle punizioni e della nanna. Non amavo dormire, soprattutto il pomeriggio, “se dormo, poi fa subito notte”, mi lamentavo ogni giorno. Mi piaceva di più stare nel lettone grande della camera da letto. Era così morbido e soprattutto era intriso del profumo dei miei genitori. Riuscivo immediatamente a riconoscere il cuscino di papà, per la puzza di tabacco, e quello di mamma, dal profumo inebriante. In quella camera, tuttavia, c’era un ripostiglio che immancabilmente rappresentava, nei miei incubi notturni, la stanza del terrore. Non sono mai riuscito a spiegarmi cosa rappresentasse quel locale, piccolo, angusto e pieno di tanti oggetti più o meno noti, nella psiche di un bambino apparentemente sereno. Eppure spesso, di notte, mi svegliavo di soprassalto al pensiero che una forza oscura potesse rinchiudermi dentro. Dalla cameretta si poteva accedere al secondo balcone, quello che dava su via Boston, la strada del passeggio, dei negozi, della vita. Ma a me non piaceva molto, o forse la mamma non ci permetteva di affacciarci. Era bello, però, poter stare ad aspettare l’arrivo di qualcuno, un amico o un parente ed essere i primi a scoprirli tra la folla. La domenica era un caos incredibile. La vicinanza allo stadio Comunale era tale che tutti i marciapiedi venivano invasi dalle auto dei tifosi, parcheggiate in maniera approssimata. Ed era sempre festa. Si sentivano benissimo i cori, gli applausi, le urla di gioia e i buuu di delusione. Papà era diventato bravissimo ad interpretarli e, sulla base del tipo di rumore che perveniva dallo stadio, riusciva spesso ad indovinare il risultato della partita.

 

1969-1973

Il 1 ottobre 1969 è una data storica. Il mio primo giorno di scuola. Per me fu effettivamente il primo giorno nella mia vita in cui fui costretto a lasciare la mia mamma, perché non ero mai andato all’asilo. In quel tempo di alto tasso demografico e carenza di strutture in una città in forte espansione, era praticamente impossibile per un bambino che avesse una mamma casalinga, quindi non impegnata in fabbrica, andare alla scuola materna. Quelle poche strutture che c’erano erano esclusivamente dedicate alle famiglie che avevano la necessità di lasciare i bambini da qualche parte, durante l’assenza della mamma. Il fatto che io non sia mai andato all’asilo non l’ho mai mandato giù. Invidiavo gli altri bambini che potevano giocare, scherzare, socializzare, ed io ero costretto a giocare da solo o con la mia sorellina tanto più piccola di me.

Così il primo giorno fu un piccolo trauma. L’eccitazione e l’orgoglio personale, tuttavia, mi impedirono di scoppiare in lacrime, anche se la tentazione era molto forte, e in classe mia ci fu un bambino che pianse a dirotto per almeno una settimana, tutti i giorni. Ma io resistetti. A dire il vero mi sentivo un po’ ridicolo. A Torino non si usava il classico grembiule azzurro e fiocco bianco per i maschietti e grembiule bianco con fiocco azzurro per le femminucce. Ci toccava indossare un maglioncino blu, piuttosto aderente, con due palline di lana al posto del fiocco ed i soliti calzoncini corti o al massimo alla “zuava” magari con un’altra pallina di lana appesa anche al calzettone. Inguardabile.

Il primo anno andai alla scuola elementare Giuseppe Mazzini, in corso Orbassano 155 nel quartiere Santa Rita. Non ho un particolare ricordo di quell’anno. La sensazione che mi resta, però, è piuttosto negativa. La scuola era abbastanza lontana da casa, almeno per le mie piccole gambe, e andare a piedi ogni giorno era un viaggio. Mamma, che non ha mai guidato, mi doveva accompagnare e venire a riprendere essendo costretta a portarsi sempre dietro anche mia sorella che allora aveva tre anni. Come già accennato, allora si indossavano i calzoncini corti anche d’inverno e l’inverno torinese è alquanto rigido. Probabilmente anche per questo motivo ho passato gran parte di quell’anno a letto con la febbre, con delle tonsille enormi sempre infiammate. Infatti al termine dell’anno scolastico fui operato, era il 17 giugno del 1970 e la magica notte di Italia-Germania 4-3 dei mondiali di calcio in Messico, ero in un letto d’ospedale a mangiare ghiaccioli, con la gola in fiamme. Non ricordo nessuno dei miei compagni di classe di prima elementare. E non so se alcuni di essi me li ritrovai in seconda, visto che cambiai scuola e andai alla Don Milani in via San Marino 107. Ricordo che in seconda e soprattutto in terza le cose andarono meglio. Cominciavo a trovare interesse e soddisfazione nella scuola e anche gli amici cominciarono ad apparire. Tre di loro rimangono ancora ben presenti nei miei ricordi. Giuseppe D’Angelo, Valter Dompé e Roberto Varagnolo. Giuseppe era il mio compagno preferito perché era buono e tranquillo come me, la maestra diceva che noi due eravamo “campioni di bontà”. Seppi in seguito che era di salute cagionevole e ne persi le tracce. Valter era lo sportivo, il dongiovanni (a 8-9 anni), quello che aveva mille spasimanti. Seppi in seguito che si era inserito nelle giovanili della Juventus ma non ebbe successo per una congenita debolezza ai legamenti delle ginocchia. Roberto invece era il mio compagno di giochi, sempre scherzoso, allegro, intrigante. Pensava solo a giocare e con lui mi divertivo un mondo. Fu lui che mi trascinò fuori dalle mie quattro mura e, grazie al fatto che abitavamo molto vicini, mi insegnò a stare per strada, ad andare in bicicletta, a sorridere alla vita. Anche le mamme si frequentavano e con lui ho passato dei bei momenti. Non ho più notizie da molto tempo, ma so dove vive e potrei chiedere di lui, se lo volessi. Anche lui giocò al calcio. Lui, che era tifosissimo della Juve e che mi aveva convinto a lasciar perdere il Cagliari e Gigi Riva, andò a giocare con i pulcini del Torino. Che onta! Non lo perdonai mai. Tradire la squadra del cuore! Ebbe anche un discreto successo. Nei vari tornei giovanili si mise spesso in evidenza come miglior terzino, in tornei dove partecipava anche un certo Giuseppe Bergomi. Ma anche lui dovette smettere perché la vita del calciatore dilettante o semiprofessionista è altrettanto dura (o forse di più) di quella dei professionisti, ma non c’è il vantaggio delle paghe miliardarie. Fisicamente era forte ma un po’ piccolo di statura e agli alti livelli non puoi permetterti di avere difetti (a meno che non ti chiami Maradona).

In quegli anni, dopo aver posseduto una FIAT 500, papà acquistò una Dauphine Renault Alfa Romeo che però durerà poco tempo. La casa madre (Renault) aveva ormai abbandonato la linea di produzione dell’originale Dauphine e questa versione ibrida realizzata presso le officine dell’Alfa Romeo, non funzionò mai a dovere, i pezzi di ricambio erano introvabili ed invecchiò, deprezzandosi, con una estrema rapidità. Dalla fabbrica allo sfascio in pochissimi anni. Iniziavano gli anni ‘70 con nuove forme, più spigolose e aggressive, e nuove tecnologie. Così nel luglio 1972 papà, assolutamente deluso dalle automobili francesi, acquistò un’italianissima FIAT 128 Rally bianca, con doppio carburatore, 1300 cc, che durò fino al 1985 consumando benzina e olio a volontà. Con la 128 Rally potemmo fare tante gite domenicali. Quelle che ricordo con più affetto erano al Colle dell’Aquila vicino Giaveno e quella mitica a Courmayeur in occasione del 10° anniversario di nozze di mamma e papà. Ricordo che per quell’occasione (all’età di 9 anni) indossai per la prima volta i pantaloni lunghi. Ero felicissimo, mi sentivo arrivato, un adulto. E non importava se erano di lana e mi pizzicavano tutto, mai e poi mai avrei rinunciato ad essi.

 

(continua)